Il 15 maggio è una data infausta per i palestinesi. E’ l’anniversario della Nakba, del disastro apocalittico, dell'abbandono delle proprie terre. Nel 1948, più di 700.000 palestinesi abbandonarono i loro villaggi sotto la minaccia delle armi dell’esercito sionista. Si rifugiarono in Libano, nella West Bank, in Siria e Giordania, in Egitto e nella striscia di Gaza. Le parole sono dure, ma la ricerca storica lo dimostra. Si trattò di “pulizia etnica”.
Oggi vi sono 3.5 milioni di palestinesi in Giordania con riconoscimento della cittadinanza e altri 140.000 ( soprattutto da Gaza) non riconosciuti. In Libano 400.000, senza cittadinanza ,ai margini della società, lo stesso per i 450.000 rifugiati in Siria. In Gaza e Cisgiordania, sotto occupazione israeliana dal 1967, vivono circa 4 milioni persone che non hanno cittadinanza in uno Stato riconosciuto di diritto.
Il popolo palestinese è un popolo di dispersi, in gran parte di rifugiati, d’emigranti senza patria, senza uno Stato in cui esercitare diritti civili e rispetto umano. In Libano ho potuto parlare con loro, visitato il campo tristemente famoso di Schabra vicino a Beirut, ove le milizie “ cristiano maronite “ ( le virgolette sono d’obbligo ) hanno massacrato per giorni civili, donne ,bambini. L’esercito israeliano al comando di Sharon, che sarà poi condannato per questo, assistette agli eccidi ,accampato nelle vicinanze del campo senza intervenire. I palestinesi in Libano non hanno diritti, non possono possedere case, per loro solo i lavori più umili ,( esiste una lista delle professioni proibite ), non possono viaggiare né in Siria né in Giordania. Il controllo nei campi è severissimo e pervasivo. La repressione contro eventuali gruppi estremisti è estesa all’intera popolazione. Un vecchio, dignitoso signore di 80 anni temporaneamente ospitato in un campo ONU perché il suo piccolo villaggio in cui viveva è stato distrutto nella caccia a 50 guerriglieri di Fatah mi ha raccontato che nel 1948 viveva con sua madre in Haifa quando l’esercito sionista li espulse. Fuggirono in Libano e vissero per un anno sul confine. Infine un convoglio dell’ONU li trasferì nel Nord del Libano, a Tripoli. In un campo profughi. Sono stati da allora sempre lì, senza diritti al lavoro, ad una casa. Il signore mi prese per una mano, mi condusse in una piccola stanza ove due vecchie malate erano sdraiate sul letto. “ Guardi” mi disse “ E’ forse vita questa ?”.
No Stato, no riconoscimento, no diritti. Il Governo israeliano sostiene il Libano deve concedere cittadinanza ai palestinesi facendoli uscire dalla condizione di rifugiati. Ma queste persone sono state estromesse dalle loro terre nel 1948. Il suggerimento israeliano suona come un tentativo di evadere questa responsabilità. Di negare , come è stato definito “ il peccato originale di Israele”. Il Libano ha un equilibrio etnico estremamente delicato: sunniti, sciiti, cristiani maroniti, drusi, altre minoranze. Conferire cittadinanza ai palestinesi sunniti sconvolgerebbe i rapporti etnici, sarebbe interpretato dai cristiani come un tentativo di islamizzazione. Il paese conta solo 4 milioni d’abitanti. Ma soprattutto perché dovrebbe ? Perché non deve essere Israele a rimettere ordine nel caos che ha creato ?
Il giorno 15 maggio ci sono stati scontri sul confine tra Libano e Israele. Il giornale libanese al-Akhbar riporta che i palestinesi del Sud del paese volevano commemorare
Per ragioni non chiare gli Israeliani hanno improvvisamente cominciato a sparare. Dieci morti e 112 feriti, secondo un comunicato dell’esercito libanese. Il Guardian, giornale inglese scrive di 2 morti e non menziona i feriti. Un generale israeliano viene citato per una dichiarazione in cui afferma che i palestinesi stavano “ vandalizzando “ la rete spinata e ha negato l’esistenza di vittime. I palestinesi affermano che gli spari sono arrivati come risposta al lancio di pietre. Uccidere persone sul suolo libanese è stato considerato una violazione di sovranità da parte del Governo del Libano.
Se i palestinesi hanno rivissuto tragicamente
Sugli esuli palestinesi, nessun riconoscimento, nessuna assunzione di responsabilità nonostante deliberazioni dell’ONU sul diritto al ritorno.Fino a quando la politica di Israele è questa lo Stato ebraico rimarrà un bunker insicuro ai margini del medio oriente. Un medio oriente in cambiamento. Certo a Netanyau Mubarak era assai più gradito dell’incertezza di oggi.
Ho parecchi amici in Israele. Ammiro i suoi costruttori di Pace. I refusnik e le loro famiglie che mi hanno ospitato. Mia madre può avere un posto nel giardino dei giusti. Mio padrino era ebreo ( per questo, forse, sono un cristiano approssimativo e insofferente ). Vorrei vederli avere una vita normale, senza paure, senza la politica costruita sulla ossessione sicuritaria ,sulla differenza da una destra populista e islamofobica. Ma la politica del Governo attuale è autolesionismo. Autolesionista è una di quelle parole morte a cui non diamo molta retta quando le sentiamo. No in questo caso è veramente così. Autolesionismo attivo, operante,quasi un suicidio.
T.F
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