Perché i fischi alla IA?
Perché sono volati fischi nella cerimonia delle lauree all’Università dell’Arizona, ascoltando Eric Schimidt, ex preidente di Google? Cosa temono quei giovani universitari quando si magnifica acriticamente l’IA? Cosa sono i rischi se la IA è la protagonista nell’impostare e scrivere una a tesi di laurea o una ricerca? Se si perde il valore della “fatica” di studiare, di allenare e sviluppare le capacità cognitive indispensabili per poi usare la Ia al servizio delle persone? E altro ancora. Serve riflettere quanto sia fondamentale per la mente umana imparare sui libri e con gli esercizi manuali la matematica e la geometria prima di usare la calcolatrice. Di seguito l’aticolo di Stefania Garassini su L’Avvenire.
Perché nei campus Usa l’IA si prende i fischi degli studenti? di Stefania Garassini 11 giugno 2026 L’Avvenire
Cresce lo scetticismo della Generazione Z*: vengono messi in discussione gli effetti dell’Intelligenza artificiale su apprendimento, creatività e relazioni. Mentre molti giovani sentono di non avere voce in capitolo sulle scelte che ne guidano lo sviluppo.
«Con l’Intelligenza artificiale siamo di fronte a una trasformazione tecnologica senza precedenti. So cosa ognuno di voi sta pensando. Avete paura. E io capisco profondamente ciò che provate». Peccato che queste parole di Eric Schmidt, ex presidente di Google, nel suo discorso durante la cerimonia delle lauree all’Università dell’Arizona, pochi giorni fa, non siano state viste come una sincera manifestazione di empatia: ad accoglierle è stata invece una fragorosa salva di fischi studenteschi. E il caso dell’Arizona non è isolato.

Ad analoghe proteste, al solo sentir nominare l’IA, si è assistito, tra le altre, nelle università del Tennessee, Central Florida, Indianapolis, South Carolina e alla Columbia di New York. Mentre uno studente di Stanford, Theo Baker, ha scritto sul New York Times un lucido editoriale per spiegare come ChatGpt abbia cambiato (in peggio) la sua vita universitaria.
I giovani esprimono un disagio, reagiscono male a chi dice – com’è accaduto all’università del Tennessee – che una buona parte dei loro studi sono stati inutili, perché preparavano a compiti che l’Intelligenza artificiale può svolgere più velocemente e con più efficienza.
Poco importa se subito dopo si insiste sul ruolo fondamentale che avranno nel determinare come e quanto sarà usata l’IA, nel mantenere al centro l’uomo e i suoi valori fondanti: sembrano parole vuote, perché nei fatti vedono come questi propositi siano disattesi.
In base alla loro esperienza, l’IA non viene utilizzata per facilitare la nascita di nuove idee, o per individuare modalità alternative di risolvere i problemi potenziando l’intelligenza umana. Piuttosto è usata sistematicamente per passare gli esami evitando la fatica di studiare, che è precisamente il vero tesoro guadagnato negli anni del college.
E non è da meno il suo impatto sulle relazioni. Dopo i social media che a dispetto delle loro promesse li hanno spesso resi più soli, ora l’IA sferra l’attacco finale, proponendo un surrogato di relazione: «Ci permette di eliminare completamente la componente umana dall’interazione umana», spiega Theo Baker sul New York Times.
La perdita di entusiasmo per l’IA da parte della Generazione Z è stata fotografata da un recente sondaggio Gallup: un calo di 14 punti percentuali in un solo anno – dal 36% del 2025 al 22% del 2026 – mentre la percentuale di chi nutre speranza è scesa di nove punti, attestandosi al 18%, e quella di chi prova rabbia è aumentata di nove punti, raggiungendo il 31%, con un livello d’ansia che rimane stabile al 42%.
In generale, pur rimanendo alto il numero di giovani che usano l’IA, cresce lo scetticismo. E non si tratta di un timore legato soltanto alla diminuzione dei posti di lavoro: vengono messi in discussione gli effetti dell’IA sulle capacità cognitive, di pensiero, apprendimento e creatività.
Se le nuove generazioni sono chiamate a dare la loro impronta al mondo, a migliorarlo senza cedere alla rassegnazione, come ripetono all’unisono gli autorevoli – e fischiatissimi – relatori nei recenti discorsi di laurea, è sulla capacità di avere idee inedite, di essere creativi, che si gioca la partita. Quel mondo da cambiare bisogna prima immaginarlo, pensando anche fuori dagli schemi, che è proprio la principale e preziosa caratteristica di chi è giovane.
Su questo la sensazione – per chi esce da quattro anni di studi impegnativi – è di aver già perso a tavolino. L’unica possibilità è inserirsi al meglio in un meccanismo dove tutto è stato deciso, a livelli molto superiori rispetto al passato, perché l’IA ha alterato ormai praticamente tutti gli ambiti dell’azione umana.
E, come avverte papa Leone nella Magnifica humanitas, non si tratta di un intervento neutro, che si limita a velocizzare e rendere più efficienti alcuni processi: l’IA «quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante». (n. 92)
Gli studenti americani con le loro proteste ci urlano forte il proprio dissenso rispetto a questa deriva, in una situazione nella quale sentono di non avere nessun reale potere d’indirizzo. Non si bevono la frettolosa e impropria rassicurazione sul fatto che sta a noi decidere come usare l’IA, se per uno scopo positivo o negativo. Sanno benissimo che il male o il bene in tecnologie così complesse sono in gran parte già cablati nella loro stessa architettura: «Ogni artefatto tecnico – è ancora papa Leone a ricordarcelo – porta con sé scelte e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni».
Il giudizio etico, perciò, deve anche «chiedersi come (il sistema) venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano» (n. 104). Riguardo a quei progetti e quell’idea i giovani contestatori americani sentono di non avere voce in capitolo. Sul fatto di riuscire o meno a permettergli di averla si gioca la possibilità di un futuro in cui l’IA sarà realmente al servizio dell’uomo. Non soltanto per loro, ma per tutti noi.
* Millennials (o Generazione Y) sono le persone nate tra il 1981 e il 1996. Sono cresciuti durante il passaggio dall’era analogica a quella digitale. La Generazione Z (o Gen Z) comprende i nati tra il 1997 e il 2012. Sono i primi veri “nativi digitali”, cresciuti con Internet e gli smartphone già diffusi.
Articolo correlato https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/potere-lavoro-e-dignita-sono-sempre-al-centro-di-ogni-rivoluzione_109543

Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!